Costruzione e respirazione: quando in terapia si ricomincia a vivere

Riflessioni cliniche sul processo terapeutico tra corpo, scelte e trasformazione personale

Durante una seduta recente, una persona che seguo in terapia da circa due anni ha utilizzato due parole che mi hanno colpito profondamente: costruzione e respirazione. Due termini semplici, ma carichi di significato, capaci di aprire una riflessione centrale nel lavoro psicoterapeutico.

La domanda che mi è sorta spontanea è stata:
quando iniziamo davvero a costruire noi stessi e ciò che ci circonda, quanto iniziamo realmente a respirare?

La terapia come tassello, non come totalità

Il lavoro terapeutico non è mai l’unico elemento che permette alla persona di stare bene. È piuttosto un tassello fondamentale, ma non esclusivo, di un processo più ampio di crescita e trasformazione.

La costanza nelle sedute è importante, ma ciò che fa davvero la differenza è il lavoro che la persona compie nella vita quotidiana: i no che impara a dire, la posizione che sceglie di assumere nelle proprie decisioni, la cura che dedica a sé stessa, il peso che attribuisce ai giudizi altrui.

La costruzione di sé attraversa sorrisi e lacrime, rabbia e delusione, ma anche la motivazione che si investe nelle scelte quotidiane. È un processo vivo, dinamico, in continua evoluzione.

Costruirsi: una ricerca che non si ferma

La parola costruzione affascina perché rimanda a una crescita personale in cui il fermarsi non è contemplato. È una ricerca costante di sé, non nel senso di rincorrere una versione ideale, ma di riconoscere quella autentica.

Costruirsi non significa lasciare che il passato continui a determinare il presente, ma piuttosto trovare nuovi modelli di comportamento, nuove modalità di risposta agli eventi. Significa non farsi schiacciare da pregiudizi, imposizioni educative o aspettative esterne che spesso impediscono alla persona di scoprirsi davvero.

La costrizione di sé nasce quando ci si allontana dal proprio sentire. La costruzione, invece, inizia quando la persona può dire in seduta:
“Mi rendo conto che finalmente respiro, mi sto costruendo, e questa versione di me mi piace.”

La respirazione: il corpo che torna a vivere

Un altro elemento fondamentale che osservo da quasi vent’anni di lavoro clinico è che molte persone non respirano davvero. Vivono in una sorta di apnea emotiva e corporea.

Come affermava Alexander Lowen, la respirazione è essenziale per una salute vibrante. È la fiamma del nostro combustibile vitale, ciò che alimenta energia, presenza e vitalità.

Nella terapia bioenergetica, lo scopo è aiutare la persona a sentire e a scaricare le tensioni che impediscono una respirazione naturale. Respirare in modo autentico richiede un diaframma libero, capace di muoversi secondo i propri tempi, senza forzature. Il rilassamento del diaframma, dell’addome e dei muscoli facciali permette al corpo di tornare a essere un luogo abitabile.

Quando costruzione e respirazione si incontrano

La bellezza della terapia — e la parte che amo profondamente del mio lavoro — emerge in quei momenti in cui compare un sorriso nuovo, una leggerezza inedita. È lì che la persona si assume la responsabilità del proprio benessere e diventa protagonista della propria vita.

In quel momento la costruzione non è più solo un concetto, ma diventa fondamento reale del crescere. E la respirazione non è solo un atto fisiologico, ma un segnale profondo di presenza, libertà e trasformazione.

Costruirsi e respirare, in fondo, non sono due percorsi distinti, ma lo stesso atto di presenza: tornare a casa in sé stessi.