Crescere tra più identità: quello che un bambino non capisce, un adulto lo sente tutto

Avevo cinque anni quando dalla Switzerland sono arrivata in Italy.
A quell’età non sai cosa significhi davvero lasciare un Paese. Non comprendi il peso di un trasferimento, della distanza, delle radici. Segui semplicemente gli adulti. Ti adatti ai nuovi posti, alle nuove persone, ai nuovi suoni.

Ed è proprio questo che fanno i bambini: si adattano per sopravvivere.

Per anni ho pensato che la mia fosse una storia normale. Crescevo a Rome, ma ero nata altrove. Dentro casa esistevano tradizioni diverse, influenze diverse, persino un altro pezzo di identità legato alle mie origini spagnole. Tutto questo faceva parte di me, ma senza che riuscissi davvero a comprenderlo.

Così ho imparato a essere flessibile.
A cambiare in base alle situazioni.
A sentirmi un po’ di tutto e, allo stesso tempo, mai completamente qualcosa.

Il punto è che da bambini non ci facciamo certe domande. Non ci chiediamo davvero chi siamo. Cerchiamo soltanto di sentirci accolti, di non essere troppo diversi, di trovare un posto nel gruppo.

Le vere domande arrivano più tardi.

Per me sono arrivate a 22 anni, quando vivevo da sola e improvvisamente tutto ciò che avevo sempre gestito “automaticamente” è venuto a galla. È iniziata una crisi identitaria difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta. Perché dall’esterno sembrava che andasse tutto bene, ma dentro di me sentivo una profonda confusione.

Non sapevo più dove appartenessi davvero.

E credo che molte persone cresciute tra più Paesi o culture conoscano quella sensazione: sentirsi troppo stranieri in un posto e troppo “dell’altro posto” nell’altro. Come se mancasse sempre qualcosa per sentirsi completamente a casa.

La terapia, per me, è stata il momento in cui ho smesso di scappare da questa domanda. Non per trovare un’etichetta definitiva, ma per capire che non dovevo scegliere una sola identità per sentirmi valida.

Ho capito che tutte le versioni di me avevano diritto di esistere insieme.

Oggi penso spesso alla differenza tra come un bambino e un adulto vivono l’emigrazione.
Il bambino assorbe tutto in silenzio.
L’adulto, invece, prima o poi deve dare un significato a ciò che ha vissuto.

Forse crescere tra più Paesi, lingue e identità significa proprio questo: passare anni a cercare di capire dove apparteniamo, per poi scoprire che non dobbiamo scegliere una sola parte di noi stessi per sentirci completi.

Da bambini impariamo ad adattarci perché ne abbiamo bisogno. Lo facciamo in silenzio, quasi automaticamente. Ma da adulti arriva il momento in cui quelle esperienze chiedono di essere ascoltate, comprese, accolte davvero.

Oggi non vedo più la mia confusione come un difetto. È la traccia di tutti i luoghi che mi hanno costruita, delle partenze, degli arrivi, delle lingue, delle radici e delle domande che mi porto dentro.

E forse essere figli dell’emigrazione significa anche questo: imparare che la propria casa, a un certo punto, non è più un solo Paese.
Diventa la capacità di fare pace con tutte le versioni di sé che il viaggio ha creato.