Il corpo che desidera: sessualità, disabilità, piacere e senso di colpa

La vita di una persona la immagino come le porte di un grande armadio.

Ogni porta si apre e possiamo trovare un indumento diverso: un’esperienza, un ricordo, un’emozione, un desiderio, una parte di noi che abbiamo imparato a conoscere nel corso della vita.

Ma se quell’armadio potesse avere una porta capace di condurci in un luogo nel quale poter essere finalmente liberi di esprimerci, di vivere, di respirare, di sentirci liberi dalle barriere — infrastrutturali, sociali, mentali ed emotive — forse qualcosa cambierebbe.

Un luogo nel quale non fosse necessario mascherarsi per vivere.

Un luogo nel quale il pianto fosse possibile, nel quale le emozioni potessero essere espresse senza vergogna.

Un luogo nel quale poter camminare scalzi, cantare, respirare.

Forse, allora, potremmo sentirci più liberi anche del nostro corpo e della nostra mente.

Potremmo essere felici.

Ma cosa accade quando il corpo che abitiamo non ci sembra più nostro?

Il corpo che cresce e impara a sentire

Il rapporto con il corpo inizia molto prima dell’età adulta.

Il bambino, attraverso l’esplorazione corporea, impara progressivamente a riconoscere sensazioni, emozioni e possibilità del proprio corpo. Il corpo viene conosciuto attraverso l’esperienza prima ancora di essere interpretato, giudicato o confrontato con quello degli altri.

Nella prospettiva psicoanalitica dello sviluppo, le manifestazioni autoerotiche e l’esplorazione corporea sono state inserite all’interno di specifiche fasi della crescita.

Durante la prima infanzia il bambino può scoprire casualmente che il contatto o lo sfregamento della zona genitale produce una sensazione piacevole o di sollievo. Successivamente, nella cosiddetta fase fallica, indicativamente tra i 3 e i 5 anni, l’interesse verso il corpo e i genitali può diventare più evidente.

L’esplorazione del corpo può rappresentare curiosità, conoscenza di sé e, in alcune circostanze, anche una modalità attraverso cui il bambino ricerca conforto o riduce una condizione di tensione o di noia.

Naturalmente, l’esperienza infantile non può essere interpretata utilizzando le categorie della sessualità adulta. Il bambino non attribuisce necessariamente alle proprie esperienze lo stesso significato che attribuirà loro successivamente.

Questo è un passaggio importante.

Prima ancora di imparare a giudicare il proprio corpo, impariamo a sentirlo.

E proprio questo rapporto originario con il corpo può essere profondamente modificato nel corso della vita dalle esperienze, dall’educazione, dalla cultura, dalla famiglia, dalla religione e dalle condizioni fisiche della persona.

Quando il corpo diventa una gabbia

Cosa accade quando quel corpo che abbiamo imparato a conoscere diventa un corpo che sentiamo lontano da noi?

Una persona può arrivare a dire:

“Oggi mi trovo in un corpo che non è il mio.”

È una frase che contiene molto più della percezione di una limitazione fisica.

Parla dell’identità.

Parla dell’autonomia.

Parla dello sguardo degli altri.

Parla del modo in cui la persona riesce, o non riesce, a riconoscersi nel proprio corpo.

La disabilità può comportare barriere concrete e infrastrutturali, ma anche barriere sociali e psicologiche.

Una delle barriere più sottili può essere quella attraverso cui la persona viene identificata quasi esclusivamente con la propria condizione.

La persona diventa “il disabile”, “il paziente”, “colui che deve essere assistito”.

E in questa rappresentazione rischia di scomparire qualcosa di fondamentale:

la persona che desidera.

La persona che prova emozioni.

La persona che può innamorarsi.

La persona che può desiderare il contatto.

La persona che può provare piacere.

La sessualità non ha un corpo “normale”

La sessualità appartiene alla persona.

Non è una caratteristica riservata a chi possiede un corpo considerato efficiente, autonomo o conforme agli standard sociali.

Anche una persona con una disabilità importante può avere desideri sessuali, bisogni affettivi, fantasie e bisogno di piacere.

Eppure proprio la sessualità delle persone con disabilità sembra ancora incontrare una particolare difficoltà a essere riconosciuta.

Come se il corpo che necessita di cura non potesse contemporaneamente essere un corpo che desidera.

Come se la persona che deve essere aiutata non potesse essere anche una persona capace di vivere la propria sessualità.

Questo produce una contraddizione profonda.

Da una parte chiediamo alla persona con disabilità autonomia, autodeterminazione e dignità.

Dall’altra rischiamo di considerare la sessualità come una dimensione da mettere tra parentesi.

Ma la sessualità non scompare perché il corpo è cambiato.

Il desiderio non scompare perché una persona necessita di assistenza.

Il bisogno di piacere non scompare perché il corpo non corrisponde all’immagine del corpo “normale”.

La sessualità come parte della persona: il contributo di Alexander Lowen

In questo percorso di riflessione è interessante il contributo di Alexander Lowen.

Nel suo lavoro Amore e orgasmo, Lowen considera il comportamento sessuale non come un fenomeno isolato, ma come qualcosa che deve essere messo in relazione con la personalità dell’individuo.

La sessualità, quindi, non può essere separata completamente dal modo in cui una persona vive il proprio corpo, le proprie emozioni, la propria autostima e la relazione con l’altro.

Lowen pone attenzione anche al rapporto con l’atto sessuale, con la masturbazione e con il corpo, sottolineando il ruolo che possono assumere il senso di colpa e i conflitti legati alla sessualità.

Un aspetto particolarmente interessante della sua riflessione riguarda proprio il rapporto tra masturbazione, ansia e senso di colpa.

La masturbazione può rappresentare anche una modalità attraverso cui una persona ricerca una sensazione piacevole e, in determinate condizioni, può contribuire a ridurre una condizione di tensione o ansia.

Ma ciò che può rendere l’esperienza psicologicamente dolorosa non è necessariamente il comportamento in sé.

Possono diventarlo la vergogna, il giudizio e il senso di colpa che la persona associa a quel comportamento.

Il pensiero di Lowen appartiene naturalmente a una specifica tradizione psicoterapeutica e non può essere sovrapposto alle attuali evidenze neuropsicologiche. Tuttavia, offre uno spunto ancora interessante: per comprendere la sessualità di una persona non basta osservare ciò che fa; è necessario comprendere che significato ha quel comportamento nella sua vita psichica e nella sua storia personale.

Dal corpo al cervello: il piacere come esperienza psicofisica

La neuropsicologia permette di aggiungere un’altra prospettiva.

Il piacere sessuale non è esclusivamente un fenomeno corporeo. Coinvolge il cervello, i sistemi motivazionali e di ricompensa, i processi emotivi, l’attenzione, la memoria, le aspettative e i meccanismi di regolazione dello stato interno.

Il comportamento sessuale, quindi, non può essere ridotto semplicemente alla soddisfazione di un bisogno fisiologico.

Quando una persona dice:

“Lo faccio perché ne sento il bisogno, ma provo anche piacere”,

sta descrivendo qualcosa di profondamente umano.

Bisogno e piacere non sono necessariamente due esperienze contrapposte.

Il corpo può cercare una risposta fisiologica e, contemporaneamente, vivere un’esperienza soggettiva di piacere, rilassamento, gratificazione o benessere.

Anche la componente emotiva può avere un ruolo.

Una persona può cercare una determinata esperienza corporea quando è tesa, ansiosa, sola, annoiata o semplicemente perché desidera provare piacere.

Questo, però, non significa che ogni masturbazione debba essere interpretata come una risposta all’ansia o come un comportamento problematico.

È necessario comprendere il contesto, la frequenza, il significato attribuito dalla persona, il grado di libertà nella scelta e l’eventuale presenza di sofferenza o perdita di controllo.

Quando il piacere diventa colpa

Ed è proprio qui che compare la domanda più delicata.

La persona può vivere la propria sessualità come una dimensione privata della propria vita e, nello stesso tempo, provare imbarazzo nel parlarne.

Può essere difficile parlarne con il partner.

Può essere difficile parlare del proprio desiderio.

Può essere difficile parlare della masturbazione.

A volte il silenzio viene sostituito dall’ironia, dalle battute, talvolta anche da battute volgari.

Come se trasformare la sessualità in uno scherzo permettesse di non entrare in contatto con l’imbarazzo che può suscitare.

Ma anche la persona considerata “normale” può vivere la sessualità attraverso la vergogna, il silenzio e l’ansia.

Spesso la sessualità viene relegata alle mura della propria casa, come se fosse qualcosa di cui non fosse possibile parlare apertamente.

E allora diventa necessario interrogarsi sulla componente morale.

Quanto della sofferenza legata alla sessualità appartiene realmente all’esperienza corporea e quanto deriva dal significato morale che abbiamo imparato ad attribuirle?

La morale non è necessariamente qualcosa di negativo.

I valori personali, familiari, culturali e religiosi fanno parte dell’identità della persona e devono essere rispettati.

La difficoltà può emergere quando un valore diventa un giudizio assoluto sulla propria persona.

“Se provo questo desiderio, allora sono sbagliato.”

“Se provo piacere, allora sto facendo qualcosa di cui dovrei vergognarmi.”

“Il mio corpo non dovrebbe desiderare.”

“Una persona nella mia condizione non dovrebbe avere questi bisogni.”

In questo passaggio il desiderio può trasformarsi in colpa.

Il piacere può trasformarsi in ansia.

E il corpo può diventare ancora una volta una gabbia.

La domanda clinica

La domanda, allora, non dovrebbe essere semplicemente:

“Perché questa persona si masturba?”

Potremmo chiederci:

“Perché questa persona non riesce a concedersi il diritto di provare piacere?”

E ancora:

“Quanto del suo senso di colpa appartiene realmente al comportamento e quanto, invece, alla rappresentazione che ha imparato ad avere del proprio corpo?”

Sono domande differenti.

Una persona può desiderare e vergognarsi di desiderare.

Può provare piacere e sentirsi colpevole per averlo provato.

Può vivere il proprio corpo come una limitazione e contemporaneamente scoprire che quello stesso corpo conserva la capacità di sentire.

Può desiderare libertà e vivere dentro una gabbia fatta non soltanto di barriere fisiche, ma anche di convinzioni, paure, vergogna e sguardi interiorizzati.

Aprire una porta

Torniamo allora all’immagine iniziale dell’armadio.

Forse quella porta non conduce necessariamente verso un altro corpo.

Forse conduce verso un modo diverso di abitare il proprio corpo.

Accettare il proprio corpo non significa necessariamente amarlo ogni giorno.

Non significa negare la disabilità.

Non significa fingere che le limitazioni non esistano.

Significa forse poter arrivare a dire:

“Questo è il mio corpo. È il corpo che oggi abito. Può avere dei limiti, ma può ancora sentire.”

Può respirare.

Può emozionarsi.

Può desiderare.

Può provare piacere.

Può amare.

E forse, per alcune persone, proprio questo riconoscimento può rappresentare una piccola forma di libertà.

Perché la libertà non consiste sempre nell’aprire tutte le porte.

A volte consiste nel poter finalmente scegliere quale porta aprire.

E forse una di quelle porte conduce semplicemente alla possibilità di tornare a sentire il proprio corpo come casa, anziché come gabbia.